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Carico di lussuria si presentò l’autunno di Bengasi..
lo so che siamo in pieno inverno, in piena neve, in piena faccia, direi, ma bisogna sempre essere in tema? In tinta, in tono e in sintonia?
Stanotte ad esempio, mi sentivo una tangente lamentosa delle due rette parallele che portavano da lassù a quaggiù;
ciuf ciuf
qualche giorno fa invece, mi sorprendevo
mhm mhm
oggi pomeriggio poi, ho presagito lo stridere giocoso del dis-accoppiamento del colore delle scarpe con le righe delle calze (giammai lo feci, semper recidiva sono)..
ih ih ih
Questa storia dell’ equilibro, del bilanciamento, del pareggio della concomitanza e della consonanza, non la condivido; e l’animale che mi porto dentro inizia a sospettare.
I tarli, vecchi parassiti dei neuroni che vivacizzano di tanto in tanto le sinapsi, spesso mostrano nuove strategie, ed ecco dunque che non mi chiedo più il perché ma il per come, illudendomi di capirci qualcosa e abbozzando una danza, i soliti vecchi valzer viennesi.
Strani giorni, aromatizzati di propoli e chiacchiere da vicino e ricette piemontesi emozionevoli.
Viviamo strani giorni, di febbri, manzi e orde di vane promesse.
Uno pensa sempre che si tratti di febbre, e invece è proprio tutto vero.
Mi è pure capitato di chiedere dritto negli occhi e di ricevere una nuca in omaggio per fare un paio di flessioni.
p.s.
All’Alcatraz, Francuzzo armeggiava con una specie di mixer e, mixava; tutta quella roba commerciale che s’è fidato di fare, la mixava.
Sempre Battiato sei, ma ora che scendi giù, sii più sobrio, che tanto saremo in pochi intimi.
Grazia, tra catatonia e schizofrenia, sceglierei di tornare sempre; dopo ogni viaggio anche senza sigillo di autenticità, torno.
Ri
parlare, senza parole dello stesso argomento stesi a testa in giù; potrebbe essere un effetto della viziata circolazione del sangue a rendere tutto così ostruito.
Ri
pensare, a palpebre distese a tutta quella luce che entrava a infrangere le retini quando il mare era come il cielo e il cuore pareva nuotare.
Ri
pittare, le pareti con tutte le scartoffie fotografiche e gli appunti di viaggio scritti a ferro e a penna.
Ri
provare, a convincermi che chi rinuncia, fa la fine di quel cocozzaro che perse il conto nella conta delle cocozze e per orgoglio non azzardò una risposta.
Ri
pulire, i piatti stinti da tutti i ragù e le frittate con basilico che hai impastato, mentre ignara della trama perniciosa, prestavo occhi e orecchi ad Orfeo.
Ridere
ridere
ridere ancora e riscattare una canzone che m'appartiene.
sound track
fumo di una sigaretta, f.b.,1968
il parto delle nuvole pesanti
In galleria arriva una specie di sanscrito stressato da un suono acuto,
dal labiale si capisce però che è calabrese;
(Con questa storia dei punti di vista, in questo caso dei punti d’ascolto, finirò per crederci davvero all’inesistenza della realtà oggettiva)
ci sono morbide luci e però non ho di che scattare.
Amen.
Oppure apriti sensibilità altrove,
non in questo teatro.
M’innamoro nell’ordine sconosciuto:
di un si nel sorriso invece del no (di uno schiacciante no negli occhi);
del braccio che sfila la manica di una giacca fucsia;
del silenzio carico di attesa dopo la nota che attacca;
del bum dopo il bam delle percussioni sanguigne;
del punto esatto in cui una collina di poche luci staglia il cielo nero nero;
della liquidità della strada dei due mari in questa notte;
di mia sorella che s’addormenta mentre mi racconta dell’armonia di uomo che ama un altro uomo;
del tuo sonno che mi attraversa la mente;
di tutto quello che farò.
Mi alzo al mattino
con una nuova illusione
prendo il 109 per la rivoluzione
e sono soddisfatto
un poco saggio un poco matto
ecco il proponimento confessabile per il duemilacinque:
cercare un luogo da cui non siano più percepibili le quantità; un luogo avulso da bilanci e calibrazioni.
una prateria sconosciuta ai troppo e ai non abbastanza contornata di
una pasta al dente, un sorriso di Gioconda, una pista elettrica con due macchine due.
segnalibro: chi ha spostato il mio formaggio? di Johnson Spencer
