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venerdì, febbraio 25, 2005

Di ritorno,
gioco a freccette con le spalle al bersaglio;
così, per diluire ancora di più il tempo dell' attesa.

Sylvia Plath,
diceva così
"siamo rimasti a casa a scrivere,
 a consolidare i nostri io distesi
".
Grazia,
lesse distrattamente mentre il treno stemperava la notte
e le parve un'alibi perfetta.
Geniale;
che stronza.
I suoi  io erano ormai
rarefatti
rintontiti.
Non valeva imbonirli.

Ingannevole è il cuore più di ogni altra cosa,
lo regalò,
una volta che tornava e voleva chiedere scusa;
lo lesse per prima.
ed ora,
le mancava
il comodino,
persino,
il comodino che lo sosteneva,
le mancava.

sound track, prendo il vento - il parto delle nuvole pesanti

Grazia scrisse alle 11:49 | link | commenti (12) |
esercizi di scrittura, a parole con sottofondo, a parole su parole

martedì, giugno 22, 2004

Saboto la sana santa saggezza
Sevizio il sedizioso selvatico sentimento
Sibilo le sinuose e snocciolate sillabe
Sondo il solito solitario soprappensiero
Succhio il succoso suadente suono
Suggello il sublime superbo supplizio

Salgo su sensi simmetrici solubili in soluzioni sudice
Sento sottofondi schiantati su superfici sudate
Simulo singulti sintetizzati e scanditi in sinfonie sofferte
Sostengo sovversive sospensioni
Sudo sul serio sullo sfondo sfuocato

(sfottò in esse o piuttosto sfogo, sfruttamanto e sfacelo di sillabe)

Summer on a solitary beach.

Grazia scrisse alle 14:35 | link | commenti (20) |
esercizi di scrittura

mercoledì, giugno 16, 2004

Indugio sul pensiero stupendo;
sono stupefatta,
trattasi di stucchevole manna.
Qualcuno si crogiola nelle splendide previsioni, ma non sono io; è quella testa smarrita che dorme sul mio cuscino quando cedo il tempo al sonno.
Sarebbe davvero mostruoso cedere a queste battute; meno male che qualcosa strozza l’aria di stamattina ed escono solo parole di riso.
(Intanto butto un pensiero amorevole in aula esposta al sole in cui verrà fuori un talento sperlucente; una donnina sotto esame).

Grazia scrisse alle 09:22 | link | commenti (20) |
esercizi di scrittura

venerdì, dicembre 12, 2003
Incipt Spietato amo...

Incipt

Spietato amore mio,

vorrei poterti dire che questo che sta per iniziare, sarà il giorno in cui non tornerò. Il giorno che aspetto e ardo di vivere da quando, spregiudicata e forte, stillasti l’ultima lacrima tra le mie braccia. Spero sia proprio quel giorno, assurdo mio amore; il solo giorno in cui canterai di nuovo per me; e la tua voce mi condurrà su per le scale scricchiolanti ancora una volta, appendendo fiori di ciliegio alla tua bocca e alberi di mandorle ai tuoi seni. Ed io salirò i gradini sospeso nell’aria, con il petto ormai fermo e il desiderio nelle labbra serrate e asciutte. E nelle mani porterò dolci di marzapane  e libri impolverati con illustrazioni di miti e vele di zattere.

Ma questo forse è il solito giorno di anticamera, il solito mio giorno di sopravvivenza.

I risvegli sono uguali e sterili, mattina dopo mattina, offrono le stesse ore impietose.

Ti guardavo; rimanevi sempre dieci minuti in più nel letto e mi piaceva sapere che mentre io ero già freddo di giorno, tu ancora profumavi di tepore notturno e scorribande oniriche.

Spregiudicato e pallido amore mio,

vorrei poterti sfiorare con il primo pensiero di stamattina e baciarti senza la bocca, nudo di tutto; e solo con le mia anima entrarti dentro e bere dal tuo corpo.

Vorrei che tu potessi ascoltare l’intimo e ardito mio sospiro tra le pieghe delle notti aride; come il paesaggio che esce ed entra nelle mie orbite, senza colore e senza umore. Ho comprato quei piatti che ti piacevano e appeso quell'arazzo indiano in una di queste notti ventose e stridenti.

Spargendo gli odori santi del tuo basilico e delle tue ginestre, ti vengo a cercare.

Grazia scrisse alle 17:03 | link | commenti (9) |
esercizi di scrittura

giovedì, ottobre 02, 2003

Mi stringi il braccio, ahi il braccialetto dai. Lasciami stare. Riaccomodo la testa sui libri impilati e tiro leggera riempiendo i polmoni.

Non sento più le parole nella logica delle frasi e dei sensi. Ma ne percepisco l’eco indistinto sulle labbra che si aprono e si chiudono e inchinano sorrisi. Gli occhi lucidi sono mercenari in questa luce menzognera delle candele, e seguono il passaggio nel fumo, di bocca in bocca.

Vedo che metti su la giacca. Che fai. Raccogli la tracolla e guardi la porta senza cercarmi.  Aspetta. Ti seguo e la porta si chiude alle spalle smovendo l’aria che però non basta. Mi assale indistinta e aggressiva la  luce al neon e la tridimensionalità rigida del condominio silenzioso; e tu non mi senti o forse sono io che non respiro. Fermati dai. La mia percezione muta le forme e cangia i colori; disciolgo i pensieri e fluide le mani si muovono; il corpo si flette nei passi che vogliono essere fermi. La tua mano scivola nella mia presa. Le pareti si aprono fluttuando al mio passo sottile e forse i piedi non toccano il pavimento. Le scale frignano e allora penso davvero che voglio rientrare. Non so perché ti seguo, voglio rientrare. La stanza è piena ed io voglio aspettare la luce e gli uccelli che sbattono sul lucernaio. Dai fermati. Mi attacco al tuo braccio ma non stringi e non mi sfiori nemmeno con gli occhi, come facevi prima di là sul pavimento. Lo sento che stai male anche tu. Rientriamo demone, c’è l’infinito qua fuori. Le gambe soffiano e la portiera è più grande e pesante. Le mie parole sono inconsistenti senza né gravità né metrica. La città, la vedi com’è immensa, ci avvolge e fagocita rumori e abissi ed io…io sono così piccola stanotte. Mi perderai. Un fenicottero mi inghiottirà o un elefante mi calpesterà.

Un ultimo sorso. Anche solo un ultimo sorso per la secchezza delle labbra cotte. Dov’è la bottiglia.

E quel sorriso.

Che dici, non capisco.

Nella mia testa c’è solo l’ombra di me e le parole che sussurro sono un regalo di un’altra vita. Ma le mani non mentono.

Aspetta facciamo il bagno prima di risalire.

Il tuo odore nel buio delle mie palpebre graffiate dalla pioggia, mi rassicura.

Ecco le tue labbra, finalmente.

Grazia scrisse alle 23:02 | link | commenti (8) |
esercizi di scrittura

mercoledì, settembre 24, 2003

Mandarina

Il cielo seguiva le sfumature del rosso e il mare immobile di tanto in tanto spezzava il vuoto silenzio con il suo sciacquettio sbattendo sulle pietre. Seduta sullo scoglio per metà sospeso nell’acqua, lo osservava. Vista da lontano, dal terrazzino del bilocale che dava sulla pineta e quindi sulla spiaggia, quella lastra dura scavata a strati dalle tempeste antiche e violente, le sembrò una sirena a testa in giù.

“La tua testa va sempre oltre, il che non è sempre negativo”. Le disse scompigliandole i capelli e chinandole la testa sul suo petto.

Ecco, il suo romanticismo finiva sempre per mozzare la testa alle sue chimere.

Il fondale doveva essere davvero molto attraente quella sera. Stava da due ore ammollo. Il pescatore che li aveva accompagnati nel pomeriggio alla caletta di ponente, aveva detto che era la serata dei totani.

“Li starà aspettando”, sussurrò il suo pensiero come spesso faceva quando seguiva contemporaneamente più linee parallele di realtà possibili. Raccolse il libro e la reflex e indugiò un momento sul taccuino aperto. Si sistemò i capelli crespi nel cappello e guardò i seni dorati. Sospirò soddisfatta riempiendo i polmoni; la scelta del topless accese la vanità e sciolse qualche inibizione da oratorio in quella estate così lenta. Stava seguendo ora, in una parte di emisfero sintonizzato sul canale onirico-immaginativo, una colonia di cavallucci marini azzurri che giunti ad un incrocio mistico non sapevano che scelta fare: da una parte c’era il mare intenso ed esotico di una tela di Gaugin e dall’altra un vaso di girasoli in una tela triste ma sorridente di Van Gogh. Nel vaso c’era dell’acqua certo che c’era. Bastava crederci. Ma non era certo salata.

Il capo cavalluccio era un temerario e il giallo lo attirava, costretto sin da piccolo a seguire tutto quell’azzurro e quel profondo blu, ora vedeva in quel nuovo colore il senso che gli avevano detto di cercare negli abissi. Come era possibile intravedere quel senso al di là del suo mondo? Interrogava la sua ragione ripercorrendo i suoi ricordi. Alzò il naso all’insù e tutto gli parve altissimo.

Il giallo davvero era il suo colore preferito anche se lo aveva visto una sola volta prima di allora. Fu quando dopo quella brutta tempesta seguì la corrente che trasportava tutti i colori che, galleggiavano e creavano strani disegni di luce. Il giallo gli piaceva tanto, aveva una forma circolare (come i girasoli!) e tutti gli altri colori si concentravano attorno.

Il capo cavalluccio sapeva che quella non era la scelta giusta e che non poteva rischiare la vita dei suoi trentasei mostriciattoli marini per seguire quella passione.

Rapido e deciso ordinò di proseguire verso l’azzurro, disteso e quieto. Li guardò passare tutti e trentasei e li seguì con l’occhio immobile per qualche minuto. Quando fu sicuro che tutti avessero raggiunto la sfumatura più blu del colore, si voltò verso la tela con il vaso. Ora ridevano i girasoli. Finalmente. Nuotò lentamente verso il suo istinto innaturale.

Aveva fatto un paio di scatti percorrendo il sentiero stretto che portava all’altra spiaggia. A metà percorso si era fermata per indossare la sensazione del lino leggero e fresco della camicia bianca e sottile. Un sollievo per la pelle cotta. Le cicale frinivano, animando la pineta bassa con il loro canto libertino.

Il pescatore non era ancora arrivato. Insaporì la felicità masticando una foglia di menta selvatica. E percepì nei piedi affondati nella sabbia, il piacere sacro di essere immortale pensando che da quel momento avrebbe potuto saltare tutte le cene e dedicarsi alla fisiognomica delle rocce e delle foglie.

I totani arrivarono e anche il pescatore. Il sole toccava la linea curva dell’orizzonte rosso e dalla barca che avanzava lenta e rumorosa in quella quiete soprannaturale, lo toccò con un dito mentre seguiva la storia di un totano gigante infilzato.

Monet non centrava niente.

Grazia scrisse alle 23:43 | link | commenti |
esercizi di scrittura

martedì, settembre 02, 2003

Uno.

L’ultima volta che scese la scale di quella casa, si voltò a contarne gli scalini di marmo chiaro. Erano consumati da decine e decine di scarpe che ogni giorno scendevano e salivano. Le scarpette di barbie della figlia del commercialista al primo piano, gli anfibi di Lucio del terzo piano, le ciabatte della vecchia portinaia, gli stivaletti rossi a punta della Tiziana, che faceva la commessa. E poi c’erano tutte le scarpe dei pazienti dello specialista in dermatologia al primo piano, almeno una decina al giorno.

Circondata dal trolley, dallo zaino e dal tubo con le stampe di Gaugin, pensò poi ai volti che incrociò su quei gradini, ai sorrisi di circostanza, ai buon giorno addormentati a quelli distratti; agli echi delle risate dei bambini che tornavano a fare merenda nei pomeriggi e ai profumi di cucina che domenica mattina si diffondevano dal suo appartamento al secondo piano.

Fu triste sentire il cigolio del portone e poi il solito brutale tonfo di avvenuta chiusura. Un sussulto nel piumino e un sospiro più profondo segnò il carico dello zaino sulle spalle. Dietro di sé lasciò il portone chiuso che nell’ultimo sguardo le spalancò un senso di vuoto. Un vuoto affollato, pieno di cose cui andava incontro senza saperlo.

- Giulietta de Gigli - il suo nome era ancora sulla targhetta della cassetta della posta, si fermò lì davanti e aspettò che scorressero i giorni in cui trovò posta per lei. Sul bus, strappò il pezzetto di carta con il suo nome.

Continuava a pensare a quel treno, all’aria che alzava al suo passaggio, alle finestre e alle praterie che attraversava e ad una bottiglia di frammenti e di ritagli.

Si accorse che il bus era già arrivato alla stazione. Raccolse i suoi pezzi e scese velocemente.

In fondo, il treno andava nella sua stessa direzione. Ma questo forse non contava poi tanto. Almeno le parve, comprando il solito giornale. Pensò ai fiori lasciati sul tavolo, cercando invano la vignetta di Vauro. ”La cura del boia” titolava il giornale con il volto di due militari con mascherina anti-sars. Pensò alla maschera bianca in un giorno non troppo lontano di freddo e di euforia.

Grazia scrisse alle 00:37 | link | commenti (1) |
esercizi di scrittura, a parole scattate

mercoledì, luglio 16, 2003

Porte d’un amour.

La porta automatica accompagnata dal fischio si chiuse davanti a lei.

Rimase immobile sul quai della ligne numero uno.

Le ciocche dei capelli avvolti disordinatamente nel cappello di peltro rosso calato sulle ventitré, danzarono per qualche istante nell’aria calda smossa dal metrò che ripartiva.

Quando l’ultimo passeggero distratto scomparve risucchiato dalle scale mobili, l’immobilità cosparse tutto attorno lei.

I suoi occhi lucidi erano aldilà della porta metallica chiusa, ormai lontana, fissi in quelli del ragazzo.

I lembi della gonna pesante a tinte scure, arrestarono i loro movimenti . La lunga sciarpa di verde lana grezza, smise di dondolare a venti centimetri dall'asfalto circoscritto di gomma nera.

Un silenzio ovattato prese il posto del cigolo ferrato squillante.

Solo il battito del suo cuore la rendeva terrena.

Sulla terra ora pioveva come sempre di pioggia sottile e impercettibile, silenziosa.

Pensò ai ponti che beffano la Seine.

Passò per un istante in una goccia che lui guardava scivolare giù dal finestrino. Chissà com’era finita laggiù.

Il metrò delle 20.28 sarebbe arrivato tra 4 minuti.

Erano passati 5 mesi, 149 giorni, 3576 ore dal giorno in cui per la prima volta lo vide e non potè fare a meno di amarlo, smisuratamente.

Da quel venerdì 3 gennaio, tutte le sere lui saliva a St-Paul, la fermata successiva a quella di Bastille, direzione La Defénse,.

Si sedeva davanti a lei e sfogliava l’étranger di Musil. Poi girava la testa di 45 gradi a destra e la cercava.

Si smarriva nel riflesso degli occhi nocciola, che aspettavano da 3 minuti circa, nel vetro del finestrino.

S’impossessava di lei, senza inibizioni.

Lei sopportava l’intensità emanata da quella passione antica che la avvolgeva, fino a Chatelet e cioè per 4 minuti circa.

Poi si alzava in volo.

I suoi occhi esalavano santità. Qualcuno avrebbe potuto scambiarla per un angelo.

Scendeva dal sopranaturale e aspettava il metrò successivo.

Pensava che il cuore le sarebbe scoppiato.

Di certo le sarebbe scoppiato e lui non l’avrebbe mai saputo.

Un amore consumato nei riflessi dei vetri sporchi di un’anonima prima carrozza, di un’anonima linea metropolitana, in una città di volti anonimi e che anonima non è.

 

 

Grazia scrisse alle 20:12 | link | commenti (1) |
esercizi di scrittura

mercoledì, luglio 09, 2003

Clementina

Era quello il momento di iniziare a scardinare i fatti che avevano deciso per la sua vita. Concentrati in tre mesi di intensi accadimenti, i fatti le avevano aperto gli occhi, chiuso le orecchie, lacerato di dolore la gamba destra, infiammato la capsula, tappato il naso e allungate le articolazioni, causato allergie sulle braccia.

Tutto pareva essere iniziato nel più classico degli autunni. Un post bella stagione un po’ sonnolento a dire il vero, ma i progetti erano tanti, e allora, non fece caso ai segni che quest’entità ruminante chiamata destino le dava in omaggio tra le buste della spesa e un film di sentimento sul divano.

Galeotto per la sua salute, fu quella sera una iniezione di voltaren. Da lì iniziò quello strano peregrinare nelle sue viscere di nimesulide e antinfiammatori; ed iniziò anche da lì a qualche giorno, la frequentazione intensa degli ambulatori: l’ecografia e i suoi raggi ultrasensibili iniziarono ad attraversare la sua pacca destra. Gli ambienti asettici e sterilizzati, dall’odore forte ma indefinito e incolore, il braccio di ferro e la branda con la stola di carta azzurrina appena srotolata, le facce indifferenti di tecnici radiologi e i sorrisi superflui dei dottori radiologi con la sua natica in negativo sullo sfondo di una parete luminosa..

Settembre ed ottobre, ottennero questo dalla sua esistenza. Ma la sua testa era incapace di intendere e di volare.

...si perse dietro una libellula..

Uccise l’orco

Arrivarono mesi di freddo

Natale

La resa dei conti e delle contesse

Grazia scrisse alle 16:25 | link | commenti (2) |
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venerdì, luglio 04, 2003

M a d d a l e n a

In ogni posto in cui arrivava, Maddalena detta la balena, non per la sua forma fisica ma solo perché faceva rima (anche falena faceva rima, ma le falene muoiono di notte e spesso, lei invece spaziava di notte e di giorno nella sua onniscienza e fluttuava piuttosto che volare), apriva la sua borsa piena di vizi e di virtù e guardandosi intorno per qualche tempo (secondi, ore o giorni, non aveva importanza), ritagliava il suo angolo d’osservazione in quel pezzo di vagabondaggio.

Fosse una città, una stanza, un’idea che si era decisa a seguire o che la inseguiva da molto o da poco, lei “aderiva” alla scenografia di quel palcoscenico e ne scrutava i volti di passaggio e ne origliava le parole nell’eco; sorseggiando vino, leggendo il fiume delle parole di tutti quegli illustri che vissero (e che vivono ancora, certuni) e che erano gli unici che potevano distoglierla dall’osservare la natura umana che in quel momento si evolveva. Talora cincischiando l’attesa e facendo domande ingannava sé stessa, fingendo di capire le risposte che certuni lestofanti le rimandavano, certi che fossero loro a dover rispondere.

Ma di risposte, Maddalena, sapeva che non ce ne erano. Quelle che più si avvicinavano a quel senso che cercava, erano prive di parole.

E le parole, furono la sua passione fino a quando non si affollarono e si confusero per bocca di un formichiere. Il silenzio allora divenne conforto, come braccia che ti sollevano dopo una giornata di pioggia in scarpe di pezza, e ti portano fino all’ultimo piano.

Il silenzio divenne assordante, carico di significati pieni e completi e soprattutto divini.

Cercò, nell’istante che passò per tutti quegli anni, di parola in parola la conoscenza e il senso di tutti quegli oggetti e delle loro corrispondenze con i volti, ma un giorno sbadatamente comprando acquarelli per i pesci del frigorifero, capì che non tutto corrispondeva .

Le parole non riescono a liberare la sacralità di quelle coincidenze divine che ci sollevano dalla grettezza e ci rendono metafisici.

Esperire quella magia ti rende onnipotente ma non da la certezza della parola che la esprime. E mi tormento nella sua ricerca.”

Così scrisse chiudendo la scartoffia lunga tutti quegli anni di annotazioni.

Samuele, il formichiere invece faceva il paroliere. E quel giorno si trovava anche lui nel posto giusto, ma forse chissà al momento sbagliato. Lo chiamavano formichiere, non solo perché faceva rima con paroliere, che poi era il mestiere che faceva presso una nota rivista di enigmistica, ma anche per le dimensioni del suo naso, con il quale tirava su come per soffiarselo ogni due battiti. Un tic? Mah. Adesso non ci interessa saperlo.

Fatto sta, che in quella coloreria per artisti fai da te, quelli erano gli ultimi acquarelli. Al formichiere, servivano eccome! Erano anni che voleva colorare il disegno sulla tavoletta del water. Un disegno inciso con un cacciavite a croce dal suo compagno di banco, qualche anno prima, quando i suoi partirono per quel viaggio e lui decise che era il momento di violare qualche regole. Il festino durò tre giorni e alla fine, tra le cose che non vennero distrutte e quelle che non vennero prese in prestito, ma tra quelle che vennero modificate grazie all’estro di Vito e di altre cinquanta (circa) persone, ci fu la tavoletta del water (del bagno buono), di pregiato legno. Non fu possibile ricomprarla, la casa di produzione aveva chiuso da undici giorni quando i genitori ritornarono prendendo atto di avere un figlio paroliere (qui il termine è associato alla pratica di Samuele di districarsi con scuse e scusanti).

Quella tavoletta rimase lì. Ormai in pensione, i suoi si erano trasferiti nel paesello natale e lui era rimasto nella città. Lavorava. Ma la sua passione erano i vetri. Specchi. Vetrine. Vi si specchiava continuamente, cercando conferme alla sua bellezza. E poi anche continuamente vi si arrampicava. Quando le parole non lo seguivano nei sensi che voleva dare alle cose.

Paroliere.

Ma quelli ahimè erano gli ultimi (pennarelli) e lei era entrata prima di lui.

Grazia scrisse alle 15:19 | link | commenti (2) |
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mercoledì, luglio 02, 2003

Sulle vite vissute in questi simulacri ovvero un sogno sfuggito di prima mattina.

 


Si svegliò in un letto che stentò a riconoscere come il suo. Aveva il cuore che correva impazzito per la stanza, il fiato grosso e il sudore che scendeva sulle tempie.
Doveva sposarsi 4 giorni dopo, di mercoledì, ma non ricordò il volto che cercava in quella convinzione.
In testa ora aveva solo i volti di due sconosciuti dagli occhi ardenti.
Voleva andare in fondo a quelle storie, il resto, per il momento, non contava.

Si lasciarono vivere nella vita che gli spettò in questo mondo dalla frenesia dei sentimenti altrui.
Nacquero carne, ossa e sangue.
Morirono di tristezza e di polvere, sognando paradisi complementari e si sfiorarono più volte in altre vite che il signore dei destini aveva loro dato, prima di liberare le loro menti ai propri cuori.
Lei giurò di odiarlo fino alla fine dei suoi giorni. Non conosceva ancora il senso arcano dei sogni che gli rivelavano scorci dei mondi lontani che avrebbe vissuto.
Lui la lasciò con l’amaro dell’ultima sigaretta in bocca; insoddisfatta in un letto passeggero, dalle fantasie ad una piazza. Pensò che in fondo il tempo della follia appartenesse all’incoscienza dei vent’anni, e non badò agli odori di santità che lasciò dietro di sé quando la porta si chiuse.

Entrò così com’era nella doccia. L’acqua fredda smosse il velo tiepido del sonno ma, non cancellò il calore dei due corpi che si cercavano ancora. Questo sentiva, sotto il pigiama bagnato.

Si conobbero per nome, in un ottobre di tarda vendemmia. Si videro per due settimane, ma si guardarono solo in un giovedì di primo gelo, nella pausa caffè di un posto fuori mano, disservito dai bus di linea a quell’ora di mattina.
Passarono i giorni dei momenti sbirciati.
Il suo nome era banale, come un “buongiorno” detto da uno sconosciuto che sbriga pratiche per i documenti d’identità dietro un vetro.
Il suo viso brillava opaco alla luce delle candele nelle notti solitarie e tristi del suo parallelo.
Attaccava i bottoni nelle sere stellate sulla veranda che accudiva il canale a venti metri. Spesso sognava ad occhi aperti, tenendo nel petto i sogni del sonno. Quel sonno divino durante il quale, staccava poi i bottoni, e li riponeva nella solita scatola di latta. Si svegliava, sorridendo, con il gusto salmastre in bocca di un tuffo in un mare remoto, al tintinnio dell’ultimo bottone.
Un giorno lo sorprese sulla porta. “Che fai, dormi sulla mia porta?”.
Lui rispose con un silenzio che lei continuò a portare nelle orecchie per tutti i Gennaio che visse in quella vita.
Lui era un giocatore d’azzardo, dal nome di santo martire. Andava in giro con le pantofole, nella pioggia, nel sole e nei salotti buonisti che frequentò. Viveva delle notizie di un quotidiano generalista.
Iniziava la sua ascesa quotidiana alle sei di mattina con la nona di Beethoven, che s’infondeva nella casa dalla radiosveglia, tutti i giorni pari. Nei giorni dispari invece, la suonava nella sua testa sforzandosi di non cadere.
Indicò l’Eroica come marcia per il suo corteo funebre che si sarebbe svolto, predette quel giorno che parlò per l’ultima volta con gli uomini, precisamente 21932 giorni dopo, alle 4 di pomeriggio sotto il solleone.
“ A me la libertà non interessa”, le aveva detto con un bicchiere di Merlot in mano, sorseggiando di pigrizia.
Condusse, felicemente, la vita di “governatore del grano” di milleduecento ettari di terra lucana, tutte le notti, nei tempi e nello spazio dell’inconscio.

La sveglia iniziò a suonare accanto alla sua tempia sinistra, erano le sette di quel giorno. Il suono arrivava lontano e disturbava quei discorsi intensi.
Non pensò di spegnerla, e non la spense mai.


Viaggiarono nella vita della stessa stella, percependo quel secondo come mille anni. Non invecchiarono mai, perché erano già vecchi di saggezza quando si toccarono gli occhi con le parole.
Una vita non bastò per riconoscersi.
E così vissero di tristezza senza ritrovarsi mai dopo quell’ultimo sguardo in una notte di uomini smarriti per strade straniere.
Sfuggirono l’uno all’altra, per non dimenticarsi. O per non spartirsi i libri.
Nei sogni di uno sconosciuto, discendente di una dinastia antichissima, si sorpresero a guardarsi.
Si riconobbero dalle mani, dall’ansia che li aveva tormentati e dal ricordo che ricordarono assieme.

Pensò a quel punto che era arrivato in fondo.
Il sogno mattutino, portato dall’ultima stella di una giornata limpida di un aprile tiepido, accompagnò l’uomo distratto di quella briciola di tempo per tutti i pensieri.
Cercò quei volti nella sua memoria. Ma risposte non arrivarono fino a quando un telefono squillò su un comodino che non era più suo oramai, e capì che non avrebbe mai più risposto.
Quel sogno passò di lì quella mattina inseguendo una trama divina e salvandolo da una vita che lo avrebbe inaridito senza pietà come novemilanovecentoquarantasette giorni di siccità.

 

 

Grazia scrisse alle 22:59 | link | commenti (2) |
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